Conte Biancamano: un secolo di storia


Per la storia navale il 2025 è stato un anno importante perché si è celebrato il centenario del viaggio inaugurale del Conte Biancamano, l’ultimo grande transatlantico della Marina Mercantile Italiana di costruzione estera.

Visto il periodo storico, il suo nome venne scelto in onore di Umberto I detto “Biancamano”, capostipite di casa Savoia. Ordinato dalla compagnia genovese Lloyd Sabaudo al cantiere scozzese William Beardmore & Co. di Glasgow (lo stesso che costruì i precedenti Conte Rosso e Conte Verde) venne varato dallo scalo il 23 aprile del 1925 per poi essere consegnato il successivo 7 novembre. Partì per il suo primo viaggio il 20 novembre 1925 da Genova alla volta di New York.

La nave aveva lo scafo nero che presentava una prua dritta e due iconici fumaioli dipinto con i colori del Lloyd Sabaudo, mentre l’apparato motore da 24.870 cavalli totali, dotato di due turbine a vapore a doppio riduttore e di due eliche, permetteva alla nave di raggiungere la velocità di 20 nodi. Ospitava 1.750 passeggeri e 459 uomini d’equipaggio La sua stazza lorda originale invece era di 24.416 tonnellate per una lunghezza fuori tutto di 198,4 metri; la larghezza era di 23,2 metri e il pescaggio di 7,9 metri.

Il “Biancamano” fu dotato di ogni comfort e lussuosamente allestito. Arredato con sfarzo e provvisto di tutte le comodità più innovative per l’epoca, era destinato sia ad una clientela di lusso che agli emigranti. Lo studio e la progettazione degli interni furono affidati a uno dei più celebri e apprezzati architetti italiani dell’epoca, Adolfo Coppedè, noto per il suo opulento stile “storicista”.

Nel 1932 il Lloyd Sabaudo, insieme alla Navigazione Generale Italiana e alla Cosulich STN, venne accorpato nella Società Italia – Flotte Riunite apportandovi le sue navi, compreso il Conte Biancamano che venne destinato alla rotta verso il Sud America. Prima però, per la nuova società aveva effettuato la linea per New York per altri sei viaggi, l’ultimo dei quali iniziato il primo luglio 1932. Ormai i grandi e celebri Rex e Conte di Savoia erano pronti a prendere servizio della linea più prestigiosa e remunerativa. A partire dal 1934 fu impiegato per scopi bellici, trasportando per conto del Ministero della Marina, truppe e attrezzature belliche in preparazione della guerra d’Etiopia. Finita questa incombenza, nel 1936 venne noleggiato dal Lloyd Triestino che la impiegò sulle rotte dirette in Medio Oriente. l 21 gennaio 1940 il “Biancamano” fu tra le navi che corsero in aiuto del transatlantico Orazio, incendiatosi al largo di Tolone, salvando 316 naufraghi. Nel 1940 ritornò alla Società Italia di Navigazione e venne impiegato sulla linea da Genova verso Valparaíso via Panama proprio per sostituire la motonave Orazio.

All’entrata in guerra dell’Italia venne posto sotto sequestro e internato nel porto panamense di Cristobal, dove si era rifugiato. Nel dicembre 1941, con l’entrata degli Stati Uniti nel secondo conflitto mondiale, venne dichiarato bottino di guerra dagli Stati Uniti, trasformato in nave per trasporto truppe e incorporato nella US Navy come USS Hermitage (AP-54). I lavori di riconversione vennero effettuati nei cantieri di Filadelfia e al termine la nave venne adibita al trasporto fino a settemila uomini. Gli alleati iniziarono l’8 novembre 1942 l’invasione del Nord Africa e l’Hermitage vi prese parte partendo da New York il 2 novembre con 5.600 persone a bordo che vennero sbarcate a Casablanca. Successivamente l’11 dicembre rientrò negli Stati Uniti per essere destinato agli scenari del Pacifico dove venne utilizzato durante il 1943. Successivamente allo sbarco in Normandia effettuò vari viaggi tra l’Europa e gli Stati Uniti per il trasporto truppe e rimpatrio di feriti e prigionieri, il primo dei quali il 16 giugno 1944. Dopo la fine delle ostilità venne impiegato per il rimpatrio di migliaia di veterani di guerra americani, prima dall’Europa e poi dal Pacifico. Venne ritirato dal servizio il 20 agosto 1946: con la US Navy percorse oltre 230.000 miglia trasportando 129.695 soldati di varia nazionalità.

Dopo la guerra, insieme al Conte Grande, che aveva subito la stessa sorte, venne restituito all’Italia tramite una trattativa confidenziale tra De Gasperi e Truman. L’accordo prevedeva che gli Stati Uniti mantenessero formalmente la proprietà delle due unità per un decennio, mentre l’Italia le avrebbe riacquisite attraverso un contratto di noleggio a riscatto, con un canone simbolico di un dollaro all’anno.

La riconversione della nave in unità per il trasporto passeggeri venne affidata ai Cantieri Riuniti dell’Adriatico di Monfalcone. La storia “monfalconese” del Conte Biancamano ci porta indietro nel tempo di 77 anni, quando il nostro Paese si stava faticosamente riprendendo dalla tragedia della Seconda Guerra Mondiale. In più Monfalcone era stata al centro delle tristi vicende del confine orientale e il suo futuro era stato in bilico tra Italia e Jugoslavia per diversi mesi. Con il Trattato di Pace del 1947 la Venezia Giulia veniva mutilata della maggior parte del suo territorio e la città isontina rimaneva l’ultimo lembo di terra italiana prima dell’inizio del Territorio Libero di Trieste. In queste terre di confine, il dopoguerra fu durissimo come gli anni del conflitto. Alle distruzioni dei bombardamenti si andavano ad aggiungere l’eliminazione dell’elemento italiano con esecuzione oculate da parte degli occupatori titini e al conseguente esodo di oltre 300.000 connazionali dalle province di Pola, Fiume e Zara.

In questo difficile contesto va vista la ripresa produttiva del cantiere di Monfalcone nell’ambito dei CRDA fortemente danneggiati dai bombardamenti alleati. Al momento dell’arrivo in cantiere del “Biancamano” l’azienda era tagliata in due dal confine tra Italia e TLT, con lo stabilimento di Monfalcone sotto amministrazione italiana e quelli di Trieste e Muggia sotto amministrazione alleata. In questo contesto così difficile giunse la commessa della ricostruzione del “Biancamano” che permise di impiegare alcune centinaia di operai nella sua complessa trasformazione da trasporto truppe a nave passeggeri. I lavori molto complessi si protrassero per circa 19 mesi, quasi quanto la costruzione di una nave ex-novo. Si tratta del più importante refit effettuato dal cantiere di Monfalcone in 117 anni di storia.

Ricordiamo che il “Biancamano” venne riaccolto trionfalmente a Genova dopo la restituzione all’Italia il 25 agosto 1947 e successivamente venne posto in disarmo a Messina, prima di arrivare a Monfalcone il 28 marzo 1948 e il successivo. Il lavoro da affrontare per le maestranze e i tecnici monfalconesi era davvero tanto, si doveva riportare nelle vesti di nave passeggeri uno scafo che aveva operato come trasporto truppe e che aveva ormai perso tutti i suoi allestimenti di pregio dell’anteguerra.

Si procedette alla realizzazione da parte dei falegnami-modellisti di un modello di studio che raffigurava il “Biancamano” nella sua versione militare (estate 1948). Questo aveva una caratteristica molto originale: aveva la prua intercambiabile. Infatti si stava studiando la modifica dell’estremità della nave per migliore le capacità nautiche ed anche a fini estetici. Erano state realizzate due soluzioni per una nuova prua, entrambe montate al modello e una volta scelta quella definitiva si procedette con i lavori. Questa operazione avvenne con la nave in galleggiamento e quindi per facilitare il tutto la prua venne fatta sollevare il più possibile dall’acqua zavorrando la poppa. A lavori terminati la nave risultò lunga “fuori tutto” 202,7 metri contro i 198,4 della versione originale scozzese. Ma altri lavori modificarono in maniera notevole la silhouette della nave: tra questi sicuramente il rimodellamento dei fumaioli. Nel contempo riprendevano vita anche gli interni dove l’allestimento post-bellico si caratterizzò per una tendenza “pluralista”, cioè il design dei saloni affidati ad artisti e architetti diversi. Misero la loro firma gli architetti triestini Romano Boico, Aldo Cervi, Vittorio Frandoli e Umberto Nordio; ma anche Gio Ponti, Gustavo Pulitzer e Nino Zoncada. A bordo saranno istallate opere dei più grandi artisti dell’epoca come Marcello Mascherini, Zoran Music, Mario Sironi, Dino Predonzani, Massimo Campigli, Ugo Carà, Salvatore Fiume, solo per citarne alcuni.

Mentre questo palazzo galleggiante prendeva forma interiormente continuavano i lavori di modernizzazione tecnologica della nave, con l’installazione di un nuovo ponte di comando coperto e delle nuove gru per ammainare le lance di salvataggio. Nel mese di agosto venivano completate le prime lance di salvataggio a motore da parte dell’officina imbarcazioni, in modo che il “Biancamano” fosse pronto per mollare gli ormeggi per le prove in mare e il successivo bacino di carenaggio e Venezia: la nave lasciò la sua banchina l’8 settembre 1949 con la sua nuova livrea bianca e con i fumaioli con i colori della Società Italia. Tutto era pronto per testate tutti gli apparati di bordo e mettere alla dura prova la capacità nautiche del rinato transatlantico. Una volta superati i test e rientrato in cantiere si procedette con la finitura degli ambienti esterni e con l’imbarco delle ultime lance di salvataggio.

Arrivò così il giorno dell’addio a Monfalcone che avvenne il 21 ottobre 1949: una volta in mare si effettuarono ulteriori test di macchina per poi giungere alla Stazione Marittima di Trieste dove venne organizzata la festa per la sua seconda inaugurazione. Ormai i suoi giorni “giuliani” erano giunti al termine e il 26 ottobre lasciò definitivamente Trieste per recarsi a Genova, suo porto d’armamento, da dove avrebbe ripreso il servizio commerciale. La livrea bianca indicava chiaramente che era destinato alla linea del Sudamerica, anche se nella sua nuova vita con la Società Italia effettuò anche viaggi verso il Nordamerica come in occasione della sostituzione dell’Andrea Doria naufragata nel 1956.

Nel 1960, dopo 364 traversate di linea, nel corso delle quali aveva trasportato 353 836 passeggeri, venne posto in disarmo, radiato e avviato alla demolizione, che avvenne alla Spezia l’anno seguente. Nel corso di questa operazione però venne salvata una piccola parte della nave che venne poi rimontata al Museo nazionale della scienza e della tecnologia Leonardo da Vinci dove ancora oggi fa bella mostra di se.

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Matteo Martinuzzi

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